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Cavalliro, Gian Paolo Antonini voce della Resistenza valsesiana

Il coraggio di agire e di cambiare le cose
Articolo pubblicato il 25-04-2016 alle ore 09:27:48
Cavalliro, Gian Paolo Antonini voce della Resistenza valsesiana 2
Gian Paolo Antonini (in centro)

Come molti altri commilitoni, non aveva più di vent’anni quando entrò a fare parte dei partigiani. Oggi quella del cavallirese Gian Paolo Antonini, classe 1925, è una delle ultime voci della Resistenza valsesiana. Nato a Grignasco, Antonini fu un combattente della Prima Divisione Fratelli Varalli e in particolare dell’82° Brigata Osella, guidata dal comandante Mario Vinzio detto “Pesgu”.

Nei giorni scorsi, anche in vista dell’imminente anniversario della Liberazione, il sindaco di Cavallirio Vito D’Aguanno è andato a trovare l’ex combattente nella sua casa di via Dante. «Il racconto delle sue storie è avvincente, ma sono in ugual modo tristi e commoventi – racconta - discorrere con lui è stato un enorme piacere; gli argomenti toccati hanno riguardato in gran parte i ricordi del partigiano Antonini, che è stato insignito della Medaglia d'Oro al Valore Militare alla Valsesia per meriti partigiani tramite la sede di Grignasco dell’Anpi».

A testimonianza del suo contributo fornito alla lotta di Liberazione contro l’occupazione fascista e nazista, Antonini ha ricevuto anche un certificato firmato dal Comandante Generale delle Brigate Garibaldi. In occasione del 25 aprile del 1984, poi, gli è stato consegnato il prestigioso “Diploma d’onore al combattente per la libertà d’Italia 1943-1945”, a firma dell’allora presidente della Repubblica Sandro Pertini e del Ministro della Difesa Giovanni Spadolini. «Dai suoi racconti – ricorda D’Aguanno – emerge un legame molto forte con i suoi commilitoni impiegati nella zona di Grignasco, di Quarona e di Borgosesia».

Oggi, per chi non ha vissuto quel periodo, è difficile immaginarsi questa realtà in cui molti ragazzi giovanissimi, maschi e femmine, decisero consapevolmente di rischiare la vita per costruire un futuro diverso. Un futuro che, di fatto, molti di loro, morti in battaglia, non sono nemmeno riusciti a vedere. Il 25 aprile, dunque, non è un banale giorno di festa, ma dovrebbe rappresentare un giorno di riflessione su quello che, come nazione, siamo stati, siamo e possibilmente saremo.

«Purtroppo la nostra coscienza nazionale non è più unitaria e salda – osserva il sindaco - secondo me, noi, e forse i ragazzi ancor di più, non conosciamo la storia e di conseguenza non consideriamo il valore della patria quale senso di appartenenza e di identità. La dimostrazione è data dalla scarsa presenza durante le celebrazioni in memoria della Festa della Liberazione».

Soprattutto per le nuove generazioni, un supporto importante può arrivare dall’istruzione: «Forse anche nelle scuole non si insegna un adeguato senso di appartenenza e di identità – ipotizza - per non parlare dello scarso interesse generato dalla politica e dalle azioni di governo che inficiano ogni forma di collante e di coesione sociale. Forse ci manca una maggiore cultura, un senso comune o semplicemente buon senso».

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