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Gli alpini di Prato rendono omaggio ad Adriano Rinolfi con una targa

Un dono per ringraziarlo di quanto fatto
Articolo pubblicato il 01-06-2016 alle ore 18:50:43
Gli alpini di Prato rendono omaggio ad Adriano Rinolfi con una targa 2
Gli alpini con Rinolfi

Gli alpini di Prato Sesia in visita a una penna nera compaesana da record: Adriano Rinolfi, classe 1920. Combattente della seconda guerra mondiale, trascorse due anni di prigionia in un campo di concentramento tedesco. «Abbiamo pensato di fargli una sorpresa – spiega l’alpino pratese Angelo Frasson - donandogli una targa per ringraziarlo di quello che ha fatto per il nostro gruppo, ma soprattutto per la giovinezza che ha “regalato” all'Italia».
Era il 1940 quando Rinolfi ricevette la famigerata “cartolina”.

Fu inviato a Oulx: durante i mesi estivi, era impegnato nella difesa di un forte in zona. Ed erano lì quando, l’8 settembre, arrivò la notizia dell’armistizio. «Ci abbracciavamo tutti per la contentezza» racconterà, sessant’anni dopo, in un’intervista rilasciata all’alpino grignaschese Aldo Lanfranchini. Lui e i compagni presero il treno che li avrebbe riportati a casa. Accompagnò gli amici fino a Novara, per stare ancora un po’ con loro. Ma in stazione nessuno poté scendere: c’erano due soldati tedeschi a impedirlo. Il treno ripartì verso una destinazione sconosciuta. Avrebbero poi scoperto di essere destinati dapprima a un campo di concentramento di Mantova, dove venne loro chiesto che lavoro facessero. Rinolfi spiegò di essere un fabbro e venne inviato poi a quello di Hagen, in Westfalia. Lì lavorò in officina. Sfiorò la morte durante un bombardamento: si era rifugiato in una galleria ferroviaria insieme ad altri. Sui due binari passavano i treni in direzioni diverse e soprattutto, normalmente, in momenti diversi. Quella volta, per errore, i due treni arrivarono insieme, togliendo ogni via di fuga ai rifugiati. Fu una carneficina di oltre trenta persone, a cui Rinolfi sfuggì per un soffio. In seguito marciò verso Colonia, dove era incaricato di sgombrare le macerie. Fu liberato dall’arrivo degli americani lì, nel marzo 1945.


«Lucidissimo dice: “Sono felice di essere riuscito a tornare a casa” – racconta Frasson - vuole insegnarci che ci vuole poco per vivere in pace. Grazie Adriano, sei più giovane di noi».
La sua è una storia a lieto fine: tornato dalla guerra, nel 1949 sposò la grignaschese Eda Fantini Zanzanino e trascorse con lei mezzo secolo. Oggi Rinolfi va per i 96 anni. Fino a sei mesi fa amava ballare e ha sempre voluto tenersi informato, grazie ai giornali e alle visite quotidiane del figlio Luigino in casa di riposo.

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