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Maggiora, profugo colpito da infarto cerca famiglia adottiva

La psicologa della clinica di Veruno: "Ha bisogno di essere seguito e guidato: è a rischio depressione"
Articolo pubblicato il 04-08-2016 alle ore 10:11:10
Maggiora, profugo colpito da infarto cerca di una famiglia adottiva 3
Nuha Balde

Cerca una famiglia Nuha Balde, profugo 21enne del Gambia che presto dovrà lasciare la struttura di accoglienza di Maggiora, dove vive con una trentina di altri immigrati. La sua è una storia simile a quella di tanti altri richiedenti asilo, ma al tempo stesso è diversa, non fosse altro perchè il giovane qualche tempo fa è stato colpito da un infarto. «Dalla struttura di Maggiora dovrà uscire e non si sa dove potrà andare - dice Silvia Rossi Ferrario, psicologa della clinica di Veruno dove il giovane ha svolto la riabilitazione -. Nuha ha bisogno di essere seguito, visti i suoi problemi di salute, e guidato: è buono, con elevate potenzialità, ma a rischio di depressione se non incanalato in un progetto di vita. L’ideale per lui sarebbe trovare una famiglia e, soprattutto, un padre. Chissà che divulgando il più possibile questo invito, questo sogno non si trasformi in realtà».

Balde è il quarto di sei figli; ha perso il papà quando aveva appena dieci anni ed è stato affidato a uno zio che viveva nella capitale Banjul. Lì, calciatore nelle squadre giovanili della nazionale, ha frequentato la scuola fino a 12 anni. Ha continuato a giocare finché è stato ritenuto non idoneo per le formazioni maggiori. «A quel punto, poiché il parente era stato costretto a fuggire per motivi politici, è tornato al suo villaggio - racconta Rossi Ferrario -, ma ben presto ha deciso di andarsene per migliorare la situazione sua e della famiglia, in quanto la madre e i fratelli conducono una piccola fattoria senza però raggiungere l'autosufficienza economica». 

Successivamente, probabilmente inseguendo la speranza di una carriera calcistica, Nuha ha tentato di raggiungere l’Italia, riuscendoci dopo un percorso attraverso vari paesi e otto mesi di prigionia in Libia «in cui ha vissuto in condizioni terribili, con maltrattamenti quotidiani - aggiunge la psicologa -. Ha negato, perlomeno, di aver subito violenze sessuali. E’ stato grazie all’intervento di un fratello, che non si sa come ha inviato dei soldi agli aguzzini, che Nuha è stato imbarcato su un barcone arrivando a Lampedusa, dopo aver visto morire amici e conoscenti e aver rischiato lui stesso di perdere la vita». Portato a Novara, due mesi dopo ha avuto un grave malore; una volta ripresosi è stato inviato alla clinica “Salvatore Maugeri” di Veruno per la riabilitazione. E’ stato lì che ha realizzato che la sua speranza di diventare un calciatore in Italia si era definitivamente azzerata. «Ma non solo - aggiunge Rossi Ferrario -: ha capito che non avrebbe più potuto svolgere attività pesanti o stressanti e che avrebbe dovuto impiantare un defibrillatore, cosa avvenuta qualche mese fa affrontata con molta paura e demoralizzazione. Nel frattempo, alcuni operatori della fondazione gli sono stati accanto e l'hanno aiutato a trasferirsi in una casa più vicina a Veruno». Eccolo così giungere prima a Vacciago di Ameno e poi a Maggiora. A giugno s'è tenuta l’udienza a Torino per l’asilo politico e gli è stato concesso il permesso umanitario per due anni. «Che gli sarà rinnovato - spiega la psicologa - date le sue condizioni di salute che attualmente sono stabili: deve prendere ogni giorno dei farmaci e sottoporsi a dei controlli un paio di volte all’anno. Psicologicamente ora è più tranquillo perché non è mai stato lasciato solo: s'è cercato di rassicurarlo e di provvedere ai suoi bisogni materiali e di conforto affettivo. Nel frattempo Nuha ha maturato l’idea di diventare un barista. Purtroppo però non si riesce a farsi mandare dal Gambia il diploma scolastico. Frequenterà quindi la terza media e poi verrà iscritto a un corso professionale. In seguito, confidando in un micro-credito, potrebbe tornare nel suo Paese ad aprire un piccolo bar-gelateria, aiutando così la famiglia e potendosi permettere di pagare le cure».

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