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Un affettuoso scritto di Piera Mazzone, direttrice della biblioteca

«Ricordo di Mario, che se n'è andato in solitudine»

L'uomo era stato trovato morto nel suo alloggio di Varallo una settimana fa
Articolo pubblicato il 07-12-2015 alle ore 16:00:14
Mario Vich
«Ricordo di Mario, che se n'è andato in solitudine» 3

Da Piera Mazzone, direttrice della biblioteca civica di Varallo, pubblichiamo un ricordo di Mario Vich, il fotografo che è stato trovato morto lunedì scorso nel suo alloggio adiacente la Collegiata.

«Mario era un fotografo, un valente fotografo, che sapeva cogliere l’istante magico di un avvenimento, quello che lo avrebbe immortalato per sempre: si è allontanato da questa terra in completa solitudine, nel suo piccolo alloggio addossato alla Collegiata, con le persiane sempre aperte, perché il buio arrivasse il più tardi possibile. Di lui mi rimangono alcune fotografie, che generosamente mi aveva regalato e un biglietto da visita personalizzato con l’immagine di una storica macchina fotografica a soffietto, appoggiata su un fondo di umili ciottoli di fiume, solo apparentemente tutti uguali, mentre in realtà, se li metti a fuoco, scopri colori e geometrie fantastiche. Mario a giugno aveva compiuto 74 anni, ma non aveva età, compariva, scompariva, discreto, silenzioso, in punta di piedi, si metteva da parte per lasciar parlare il suo obiettivo.

Era presente a tutti gli eventi della Comunità, sempre tra la gente, eppure così solo che nessuno si è accorto della sua assenza prolungata. Nell’era della comunicazione globale, di internet, dei telefonini, nessuno lo ha cercato per giorni e giorni. Un tempo ciò non sarebbe mai accaduto: se per un solo giorno i vicini non vedevano segni di vita, subito si recavano a bussare. Oggi viviamo soli e moriamo soli.

Era stato così poco più di due mesi fa per Angelo Tamiotti, trovato morto dagli amici insospettiti per la sua prolungata assenza. Abitava poco distante dalla Biblioteca e mi accadeva spesso di incontrarlo, sempre sorridente e gentile, così come il signor Angelo Caputo, scomparso in quegli stessi giorni di settembre. Di lui ricorderò la fede ingenua e radicata. Avendo fatto restaurare un antico Crocefisso nel Laboratorio Luci e Ombre, lavoro che aveva richiesto molto tempo e cautela, spesso il signor Angelo passava di lì, entrava, dava un bacio a quei piedi trafitti dai chiodi e se ne usciva. Era il suo modo per ringraziare il Signore per aver sacrificato la sua vita, per aver accettato di vivere e morire da uomo, tra le creature.

La mattina del funerale di Mario, il prevosto Don Roberto Collarini, ha accompagnato la semplice bara in chiesa, dove è stata circondata da poche persone: gli amici di Rocca, dove per molti anni Mario era stato titolare di una rivendita di frutta e verdura e poi di un’edicola, Daniela, per la quale è stato il primo datore di lavoro, che l’aveva accolta quindicenne come commessa, colleghi come Paolo Quadrelli, che aveva condiviso con lui il mondo dei giornali locali, ma anche persone che semplicemente lo incontravano e lo salutavano.

Era una persona buona e discreta, che preferiva stare sempre nelle retrovie, mai apparire, perché le cose belle si apprezzano di più in silenzio. Il suo ricco archivio fotografico, pieno di momenti di storia laica e religiosa, è rimasto a testimonianza di una passione…ma, come ha ricordato Don Roberto, mancano le foto più belle, inquadrate da quello sguardo trasparente di bambino che lo caratterizzava e che rimarrà impresso nei nostri cuori. Ho sempre pensato che Mario custodisse un animo d’artista, lo intuivo non tanto dalle parole avare, smozzicate, quanto dal modo in cui guardava le cose, sceglieva le inquadrature. Amava fotografare gli angoli meno conosciuti, quelli dimenticati, che racchiudevano ancora lo spirito delle antiche genti valsesiane.

Non aveva alcuna predilezione per i ritratti, forse perché come gli aborigeni, aveva un po’ paura di rubare l’anima, o piuttosto celava il timore che dietro l’involucro non ci fosse proprio nulla. La vita di Mario lo aveva portato in Francia, dove tutta la sua numerosa famiglia di origine veneta, aveva cercato di costruire un’esistenza dignitosa, ma lui dopo qualche anno era tornato.

Intendeva la fotografia giornalistica non come lo scoop rubato al dolore o al pettegolezzo malevolo, ma come un servizio civile, un frammento di bellezza per arricchire le relazioni quotidiane. Della Valsesia certo Mario conosceva i momenti più autentici di questo nostro piccolo mondo, colti lasciando aperto l’obiettivo del cuore, serrando le labbra. Con finezza e sapienza lasciava parlare il creato che adesso comprenderà per intero, senza più bisogno di circoscriverlo in un quadratino di luce.

Grazie Mario per la Tua generosità e per avermi insegnato a guardare oltre le apparenze, il rumore, il chiacchiericcio confuso di un mondo dominato dalla fretta, per raggiungere mete che si rivelano sempre più spesso deludenti. Fermarsi a riflettere fa bene, aiuta a riacquistare il senso del nostro limite, ci restituisce quell’umanità che appesantiamo di troppi orpelli».

Piera Mazzone

Tags: mario vich

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