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Saitta: ecco cosa ho in mente per il Country di Varallo

Forse un centro di assistenza domiciliare per i pazienti più anziani e fragili
Articolo pubblicato il 31-08-2016 alle ore 09:09:18
Saitta: ecco cosa ho in mente per il Country di Varallo 3
L'assessore regionale alla sanità Antonio Saitta

A seguito delle polemiche e delle preoccupazioni montate intorno al progettato trasferimento a Borgosesia dei dieci posti letto che costituiscono il Country Hospital di Varallo interviene l’assessore regionale alla sanità Antonio Saitta, il quale osserva: «Non dobbiamo vedere tagli ogni volta che la sanità si riorganizza per rispondere meglio alle esigenze della popolazione. Non vogliamo privare i cittadini di alcun servizio, anzi, c’è margine per avere anche di più. Ma vorremmo più collaborazione da parte delle amministrazioni comunali per confrontarci seriamente senza strumentalizzazioni politiche».

«Desidero rassicurare i cittadini – prosegue Saitta - che i cambiamenti in atto, coerenti con gli atti di programmazione regionale sull’assistenza territoriale, non porteranno ad una riduzione dei servizi su quel territorio. E voglio rassicurare anche gli operatori sanitari: nella sanità piemontese voglio assumere, non certo licenziare. Lo dimostrano le assunzioni portate a compimento nell’ultimo anno: 1.500 tra medici, infermieri ed oss in tutte le aziende sanitarie, dopo lunghi anni di dolorosi  blocchi del turnover. Nello specifico, voglio che il presidio di Varallo diventi sede di attività specialistiche e ambulatoriali, con particolare attenzione nei confronti della popolazione più anziana e fragile». I dieci posti letto Cavs (continuità assistenziale a valenza sanitaria) oggi ospitati al Country dovrebbero essere trasferiti in autunno all’ospedale di Borgosesia. «Ma non si tratta di una scelta discrezionale né pensata per penalizzare la valle - assicura Saitta -: i dati ci indicano che la metà di quei pazienti necessita almeno una volta di un trasferimento da e per il presidio ospedaliero di Borgosesia, per attività fisica o per esami diagnostici, oppure per un nuovo ricovero. Dobbiamo ragionare partendo da questi elementi e capire come curare al meglio i pazienti della Valsesia alla luce dei reali bisogni di salute».

Saitta vuole anche ricordare che l’esperienza del Country Hospital di Varallo era nata sperimentalmente del 2000: «Ma la rete ospedaliera del Piemonte è cambiata ed ora parte la fase in cui dobbiamo adeguare l’assistenza territoriale integrandola con quella ospedaliera. A Varallo vorrei mantenere una struttura rilevante. Non importa come si chiamerà, non sono le sigle o le targhe a garantire la sicurezza dei pazienti. Ma dall’amministrazione comunale mi aspetto disponibilità a collaborare. È possibile dare vita a un progetto importante di assistenza domiciliare per i pazienti più anziani e fragili che vivono in Valsesia». Per questo l’assessore ha invitato il sindaco di Varallo Eraldo Botta a Torino, domani giovedì 1° settembre, «per cercare un dialogo e bloccare alcune strumentalizzazioni politiche che di certo non fanno bene alla popolazione» puntualizza.

Il fatto è, conclude l’assessore, che «in Piemonte l’assistenza territoriale cambia, seguendo i nuovi bisogni di salute della popolazione, ma questo non significa affatto tagliare dei servizi. Certe polemiche sono dannose e troppo spesso politicizzate, nascono per motivi poco affini agli interessi della popolazione. La Regione è pronta ad avviare un confronto costruttivo con il sindaco insieme all’Asl di Vercelli: ci auguriamo si possa avviare davvero».

A parte i politici, a prendere recentemente posizione contro la chiusura del Country sono però stati anche i sette medici che vi lavorano. E non solo perché rischiano di perdere il posto: «Questo “giro di numeri” di posti letto - hanno scritto i sette operatori - si tradurrà in un ulteriore impoverimento dei servizi sanitari presenti in Valsesia e soprattutto in alta valle, a scapito di un'utenza sempre più anziana, alle prese con problemi di salute, difficoltà economico-sociali, ambientali e di spostamento verso strutture ospedaliere sempre più lontane».

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