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Indagine

Società biellesi finiscono nei guai per fatture false

I finanzieri hanno scoperto un meccanismo fraudolento
Articolo pubblicato il 16-06-2016 alle ore 16:27:18
Foto di repertorio
Foto di repertorio

I militari della Guardia di Finanza di Biella hanno scoperto un meccanismo fraudolento, noto come “frode carosello”, attuato da quattro società biellesi con l’ausilio di altri soggetti operanti su tutto il territorio nazionale nel settore del commercio di filati e di servizi di autotrasporto.

I finanzieri, nell’ambito di un controllo fiscale eseguito nei confronti di società con sede nel biellese, si sono imbattuti in “atipici” rapporti commerciali tra la stessa ed altre aziende operanti nel medesimo settore, su tutto il territorio nazionale.

Da qui è partita l’operazione denominata “Ghost Wool” (Lana Fantasma) che ha fatto emergere una complesso sistema di rapporti commerciali tra imprese nazionali e straniere (in ambito comunitario), finalizzato sostanzialmente all’evasione delle imposte sui redditi delle società e dell’IVA mediante l’utilizzo e l’emissione di fatture per operazioni inesistenti.

Le attività investigative hanno richiesto un minuzioso approfondimento e una meticolosa ricostruzione di ogni singola operazione di compravendita documentata, sovrapponendo i dati delle fatture con le risultanze dei controlli incrociati e delle banche dati in uso al Corpo.

Inoltre, gli approfondimenti d’indagine di altri Reparti della Guardia di Finanza e la collaborazione delle Agenzie fiscali di Paesi esteri, hanno consentito ai militari di smascherare la frode fiscale, realizzata grazie ad un giro vorticoso di fatture per operazioni inesistenti emesse da società aventi la propria sede anche al di fuori della provincia, in alcuni casi dedite esclusivamente all’emissione di fatture false e denominate in gergo “cartiere”.

Le attività eseguite hanno consentito, nonostante l’occultamento in alcuni casi della documentazione contabile, di ricostruire un giro di fatture false per oltre € 30.000.000 nella maggior parte dei casi destinate sia a creare costi fittizi per le società utilizzatrici (in modo da abbassare i ricavi sui quali calcolare le imposte) che per evadere l’IVA per un ammontare di € 6.800.000.

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